Armenia agosto 2018

Lago Sevan

Il fascino dell’Armenia che non dimentica il passato
Viaggio in Armenia a 103 anni dal genocidio

L’Armenia è stata un invito a spostarmi nel tempo, oltre che nello spazio, a scoprire luoghi fermi a epoche quasi remote, a seguire le testimonianze di tempi lontanissimi e mischiarle con le mie impronte.

Ma prima di tutto: dove sta di casa l’Armenia?  I miei amici l’hanno collocata un po’ ovunque, persino in Medio Oriente! Qualcuno di loro mi invitava a fare scorte di cibo prima di partire, altri mi suggerivano di portare maglioni e giacche a vento, altri ancora scambiavano l’Armenia con l’Ucraina.

Niente di tutto questo e nessuna dieta forzata! l’Armenia è un paese a maggioranza cristiana, vanta una tradizione antichissima, che risale al III secolo d.C- ed è considerata la prima nazione al mondo ad aver adottato, nel 301, il cristianesimo come religione ufficiale. Ma soprattutto… Quale astinenza dal cibo? In Armenia si mangia benissimo! Un gustosissimo incontro tra le tradizioni culinarie di tutti quei popoli che hanno dimorato nel paese: dagli arabi ai russi, dai greci fino ai persiani.

Situata nella zona del Caucaso meridionale, l’Armenia confina a ovest con la Turchia con cui è ancora aperta l’annosa disputa sul genocidio, a sud con l’Iran e l’exclave azera del Nakhchivan, a nord con la Georgia e a Est con l’Azerbaigian, con cui si contende la sovranità del Nagorno-Karabakh. Il conflitto è ora in stallo, ma non risolto.

La capitale (dove avevamo l’albergo) è Yerevan, città che è memoria, è sforzo continuo per far conoscere e non dimenticare.  Dopo 7 giorni questa fascinosa città che raccoglie un terzo della popolazione del paese ci è sembrata quasi familiare, nel suo stare in equilibrio tra il passato sovietico, riconoscibile nel profilo di alcuni palazzi, e il suo sforzo incessante verso il futuro.

Yerevan, protetta da colline, sfoggia incantevoli chiese e diversi musei. Nonostante le dimensioni ridotte, vanta una vita culturale intensa.

La visita a Tsitsernakaberd, Museo e Monumento del Genocidio Armeno, volto a commemorare le vittime dello sterminio avvenuto tra il 1915 e il 1922 non può lasciare indifferenti: un bunker sotterrano in pietra, anticipato da un filare di alberi piantati simbolicamente dai leader stranieri che hanno riconosciuto il massacro. (gli ultimi due sono stati piantati dal nostro  presidente Mattarella e dalla Merkel).

Una breve camminata prima di raggiungerlo ci ha permesso di predisporre l’animo a vedere le toccanti immagini e ad ascoltare le testimonianze di ciò che qui chiamano “Metz Yeghern” (il Grande Male).

Ma Yerevan è anche una città proiettata nel futuro: i caffè affollati, i giovani che passeggiano nelle strade nuove del centro su cui si affacciano negozi di moda occidentali, i giochi di luci colorate nelle fontane di piazza della Repubblica e le famiglie che si fermano a guardarli, i supermercati aperti e frequentati tutta la notte. Una parte della città non dorme mai.

L’impronta architettonica lasciata dall’appartenenza all’ex Unione Sovietica (il nostro albergo è di quel periodo) convive oggi con una tensione verso il nuovo. Il luogo più sorprendente in cui si consuma questa compresenza è forse la Kascad, un’imponente scalinata in pietra in cui la monumentalità di stampo sovietico si incontra e alleggerisce in un continuo dialogo con opere di arte contemporanea. Sotto si estende la città. Tanti i musei. Meritano di certo una visita il Matenadaran, biblioteca che custodisce 17mila manoscritti, e il Museo statale di storia armena dove è conservata, tra l’altro, la scarpa di pelle più antica del mondo (ha 5500 anni).

L’Armenia non è un paese di grandi dimensioni, è poco più grande della Sicilia. Tuttavia gli spostamenti non sono veloci perché il territorio è in buona parte montuoso e perché non esiste una rete viaria ben sviluppata, tantomeno a scorrimento veloce.  Qualsiasi direzione si prenda partendo dalla capitale, lungo strade spesso piene di buchi e paesaggi mossi e disabitati, l’Ararat ci fà compagnia: sempre con un occhio a cercare il profilo di questo monte biblico su cui approdò l’Arca di Noè. Rimane simbolo dell’Armenia, anche se si trova in Turchia.

Le mete per lo più sono scandite dai nomi di antichi monasteri cristiani sparsi tra le montagne. La bellezza dell’Armenia è anche nel continuo senso di stupore che trasmettono questi luoghi appollaiati su costoni di roccia e mimetizzati o nascosti in gole. Culle medievale di saperi, disseminati di croci in pietra, ognuno pare superare in suggestione il precedente. Alcuni sono ancora attivi.

Una selezione di questi luoghi non può prescindere dalla città santa di Echmiadzin (20 km da Yerevan), sede del Catholicos dal 301 a oggi. Il Vaticano della chiesa armena.  Nella sala del tesoro (chiusa però durante le funzioni) si trovano frammenti della Santa Croce, dell’Arca di Noè e la lancia con cui un legionario romano trafisse il costato di Cristo quando era ancora sulla croce.

Anche se il cielo non è limpidissimo dal monastero di Khor Virap, 30 chilometri a sud di Yerevan, si può godere di una vista spettacolare del monte Ararat. Il nome significa “pozzo profondo” e infatti qui si trova il pozzo di 7 metri in cui venne imprigionato per dodici anni san Gregorio Illuminatore.

Mi sono calato nel pozzo di 7 metri attraverso una scala di metallo, più o meno sicura, determinato a raccogliere ogni impressione di questo luogo leggendario. La collinetta su cui sorge il monastero sembra magica: avvolta da vigneti e pascoli, regala una vista incantevole. Da qui è ancora possibile vedere i nidi di cicogne.

Nel raffinato monastero di Novarank, in una posizione spettacolare, circondato come è da montagne di roccia rossa, in un timpano all’entrata della chiesa di Santo Stefano è raffigurato Dio con gli occhi a mandorla, per ingraziarsi i mongoli invasori. Con una mano benedice, nell’altra tiene la testa di Adamo.

Come  dimenticare poi il monastero di Sevanank, con il suo magnifico panorama sul lago Sevan? Del complesso fanno parte tre chiese: Originarie dell’874 e recentemente restaurate, sono anticipate da un suggestivo cortile di Khatchkar.

Il Khatchkar è uno degli elementi più significativi dell’arte antica armena. Si tratta di croci di pietra raffiguranti a bassorilievo la croce ornata (quasi mai la figura del Cristo) o iscrizioni di passi evangelici in antico armeno. Queste stele votive, che abbiamo trovato molto spesso lungo il viaggio, hanno contribuito a farci sentire forte il carattere spirituale del Paese, avvolto da riti di devozione, leggende e saggi tramandati dagli ashug, antichi trovatori armeni.

Ci sono due paesi insoliti nel Nord dell’Armenia, Fioletovo e Lermontovo, dove i bambini sono biondi con gli occhi azzurri e gli anziani si lasciano crescere lunghe barbe bianche. Non sono armeni, sono russi, e in più di due secoli non si sono integrati con le comunità locali. Sono i molokani, nome che deriva dalla parola russa moloko, latte. Bevitori di latte, non osservavano i digiuni imposti dal calendario liturgico. Considerati eretici vennero cacciati dall’impero russo. Vivono in case modeste ma curate, basse, con verande in legno dipinte di azzurro e cancelli verdi, attorno a una strada sterrata piena di buche che la pioggia rende quasi impraticabile.

Infine, tra tanti monasteri medievali che restituiscono il senso di un’epoca, si distingue un tempio dell’antica Grecia, l’unico modello di architettura ellenistica conservato in Armenia. E’ a Garni, a 32 chilometri da Yerevan. Ricostruito e ben conservato era dedicato al dio Mitra.

A farci amare l’Armenia ha contribuito anche la nostra giovane  guida, Nune, che abbiamo salutato come una di famiglia, come se ci si dovesse incontrare altre mille volte. Commossi, nel vedere i suoi occhi accendersi parlando di un Paese con tanta sofferenza alla spalle, ma che ha tantissima voglia di accoglierti con il più luminoso dei sorrisi.

Parrocchia S. Antonio, Mombello-Limbiate

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